Intervista ai Akroterion 22_04_2021

PINO: Quando avete deciso di dedicarvi alla musica e perché?
H. ŠKRAT: Ho iniziato a studiare musica da bambino, circa a 6 anni, ho preso lezioni di pianoforte, principalmente, teoria e musica d’insieme. Poi a 17 anni, si era a fine 2002, ho formato la mia prima band e penso sia stato quello l’inizio del mio “vero” percorso musicale. Il motivo è tanto semplice quanto essenziale: perché, almeno al tempo, era l’unico modo per esprimere me stesso, e anche per avere una valvola di sfogo per tutta la merda che mi sorbivo ogni giorno. Ad oggi continuo per gli stessi motivi, fondamentalmente.
BP GJALLAR: Ascolto musica sin da bambino, ma ho iniziato ad interessarmi alla chitarra a 16 anni (nel 1986), spinto da spirito di emulazione verso compagni di scuola che già imbracciavano gli strumenti. La musica suonata coinvolge energie diverse da quelle sprigionate dal mero ascolto, questo è stato il prime mover musicale per me. Mi affascinava il fatto di fare musica assieme ad altri ragazzi che condividevano i miei gusti, quindi iniziai a studiare chitarra classica. Nel 1988 entrai nella doom metal band monfalconese Murder Angels e subito dopo nei Rigor Mortis di Gorizia. Oggi sono ancora dentro l’ambiente musicale, compatibilmente con l’età, gli impegni familiari e lavorativi.
MAX: Chi sono i membri del gruppo? Collaborano tutti alla stesura delle canzoni?
H. ŠKRAT: Al momento che i principali compositori sono i chitarristi, BP Gjallar e Carlo V, poi quello che loro producono viene arrangiato e rivisto in sala prove. Francisco Verano (batteria) e The Reaper (basso) si occupano delle rispettive parti, come io mi occupo dei testi. Si tratta comunque di una situazione “nuova”, dato che AKROTERION nasce come progetto solista di BP Gjallar, poi divenuto un trio con l’ingresso mio e di Francisco.
BP GJALLAR: Il fatto che AKROTERION nasca come one-man band ha ovviamente fatto sì che tutte le canzoni composte fino alla formazione del quintetto siano mie. Dall’ingresso di Škrat e Francisco i miei brani sono stati adattati al loro stile per le parti di loro competenza. Con la nuova ed estesa formazione si lavora come ha riportato Škrat. Tutti i membri sono musicisti navigati e noti nell’ambiente delle bands del nord est italiano; diciamo quindi che la collaborazione viene impreziosita da una maturità che solo il tempo e l’esperienza possono dare.
PINO: Cosa avete portato a compimento finora e qual è il disco che avete prodotto, al quale siete più legati?
H. ŠKRAT: Come anticipato, BP Gjallar ha fondato AKROTERION nel 2015 come progetto solista, e nel 2016 ha debuttato con l’album “Commander of Wild Spirits”. Con la formazione a tre abbiamo registrato il disco “Decay of Civilization” nel 2018, poi abbiamo completato il quintetto per poter esibirci dal vivo. Senza dubbio il secondo album è quello a cui siamo più legati, essendo il primo realizzato da una vera e propria band.
BP GJALLAR: Non posso non essere d’accordo con Škrat. “Commander” è un disco molto sperimentale e, sebbene contenga alcuni spunti interessanti, oggi sicuramente verrebbe arrangiato diversamente. “Decay of Civilization” è senz’altro più maturo e curato ed è stato anche lo stimolo a cercare altri componenti per portare la nostra musica anche sul palco. In realtà sono stati autoprodotti anche un paio di video molto grezzi, ma risalgono al periodo one-man-band e il risultato non ne vale la menzione qui.
MAX: Qual è il vostro genere musicale?
H. ŠKRAT: Difficile definire una singola “etichetta” per la nostra musica. A mio avviso la definizione “blackened doom metal” è quella più azzeccata.
BP GJALLAR: Concordo, pur essendo tendenzialmente contrario a dare etichette alla musica in generale.
PINO: Quali artisti hanno influenzato la vostra scelta musicale?
BP GJALLAR: Principalmente la seconda ondata del black metal norvegese, quella di Burzum e Darkthrone giusto per fare due nomi. È ovvio che c’è dell’altro: personalmente mi piace molto il doom italiano, quello di Death SS e di Paul Chain vecchia maniera per esempio. Superfluo menzionare giganti come Slayer, Black Sabbath, Celtic Frost, Bathory e via discorrendo. Qualche recensione ai nostri album ha evidenziato anche qualche influenza “progressive”, giustificata probabilmente da tutta la musica diversa che ascolto. Oggi ognuno di noi ci mette del proprio, quindi i brani inediti sui cui stiamo lavorando risentono inevitabilmente delle influenze diverse di tutti i musicisti.
MAX: Che influenze ha avuto sul vostro progetto il Covid 19?
H. ŠKRAT: Fatta eccezione per l’impossibilità di trovarci in sala prove e di esibirci live, non direi che la cosa abbia influito in altro modo. Se non altro, almeno possiamo dedicarci con calma alla composizione dei nuovi brani e alla scrittura dei testi; abbiamo la fortuna di essere attrezzati per registrare “in casa” e la tecnologia ci sta indubbiamente aiutando in questo.
BP GJALLAR: Quello che dice Škrat è corretto. Mi sento di aggiungere che le scelte politiche attuate per la gestione della pandemia hanno comunque rallentato molto i progressi sulla composizione dei brani originali, mancando da tempo prove d’assieme per gli arrangiamenti. Come si diceva la tecnologia attuale ci permette in qualche modo di non essere completamente inattivi e di scambiarci idee e riff nuovi. Ognuno di noi ha poi differenti situazioni familiari; per quel che mi riguarda non è facile dedicarmi alla musica finché saremo costretti a convivere con didattica a distanza e tutte le restrizioni che tengono sempre a casa tutta la famiglia.
PINO: Quali sono le tematiche dell’artwork e dei testi del vostro ultimo lavoro?
H. ŠKRAT: Credo che MOR, l’artista che ha realizzato l’artwork di “Decay of Civilization”, si sia ispirato al titolo stesso del disco; quindi la decadenza, la morte, il declino della civiltà, le opere dell’uomo che soccombono all’avanzare del tempo.
BP GJALLAR: Il titolo dell’album sintetizza genericamente il contenuto dei testi dei singoli brani, anche se il lavoro non nasce come un “concept album”. Si parla della morte simbolica come passo necessario in un percorso spirituale per raggiungere l’iniziazione. Si parla della condanna ai sacrifici rituali umani che avvengono lontano dai riflettori dei media. Si parla dell’aggressione tecnologica che l’Uomo del Progresso perpetra nei confronti della natura. Si denunzia la deificazione del denaro da parte della società moderna. Si dipingono i modi brutali attraverso i quali il Vero Potere controlla la mente delle persone per avere ancora più potere. Si invocano antiche divinità, impassibili di fronte alla plateale autodistruzione della civiltà moderna. Infine ci si chiede quale sarà il dono della Signora Morte nell’aldilà, alla fine di una vita sofferta. Pessimismo fine a sé stesso o verosimile analisi della realtà? Giro ai lettori la domanda.
MAX: Uscirà qualcos’altro nel prossimo periodo?
H. ŠKRAT: Sì, personalmente sono ansioso di registrare e far uscire il nostro terzo album. Ancora non abbiamo definito nulla riguardo a titolo, artwork e data di uscita, ma ci sono molte idee e il lavoro procede, lento ma inesorabile.
BP GJALLAR: Siamo tutti ansiosi di completare le tracce in lavoro. Le idee abbozzate in sala prove nel 2019 e registrate sinora nei nostri studi personali come demo sono molto promettenti. Speriamo di vedere allentate a breve tutte queste restrizioni per completare il nuovo album.
PINO: Avete fatto/farete dei live in futuro? Anche all’estero?
H. ŠKRAT: Sì, finora, con la formazione a 5, abbiamo fatto solamente due live, entrambi nel 2019. Poi, come ben sappiamo, la situazione è cambiata e abbiamo dovuto annullare qualche data. Ancora non siamo riusciti a suonare all’estero, come AKROTERION, ma spero di poterlo fare in futuro.
BP GJALLAR: staremo a vedere quanta libertà ci verrà concessa a fine pandemia…
MAX: Avete un etichetta? Cosa ne pensate delle agenzie di promozione live?
H. ŠKRAT: I primi due dischi sono usciti per la Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa; non so dirti ancora se anche il terzo disco uscirà per loro, è una cosa che dobbiamo ancora definire. Riguardo alle agenzie, se avremo occasione, come AKROTERION, di collaborare con una di esse, ben venga, a patto che lavorino bene e che ne valga l’investimento.